L’ultimo quadro di Ennio Maccari
Domenica, 24 Gennaio 2010
Non è facile parlare del pittore Ennio Maccari spentosi improvvisamente all’insaputa dei molti che l’hanno conosciuto. A trovarlo irrimediabilmente riverso nella solitudine del suo mondo cetonese, alcuni amici insospettiti dal silenzio.
Da tempo non ero più “suo amico” dopo una quasi ventennale assidua frequentazione e la notizia della sua scomparsa mi ha colto di sorpresa, se non altro “impreparato” ad accusare il colpo. Ecco che allora la mia riflessione è partita dall’interrogativo provocato nell’interlocutrice che nel comunicarmi la triste notizia, con le cautele del caso, di rimando si aspettava una mia reazione di commozione consona all’accaduto. Purtroppo l’ultima parola rivolta nei confronti di Ennio, che determinò la fine della nostra amicizia, fu talmente sentita e liberatoria, per un rapporto troppo teso nella “morbosità” intellettuale, che già in quel momento consumai consapevolmente il dispiacere per una perdita importante. Altri suoi “amici”, come me, seguirono in quelle rotture insanabili che si possono comprendere solo se si è stati interlocutori di Ennio Maccari, disposti ad ascoltarlo per ore ed ore, e per lunghi anni, in un intenso rapporto d’amicizia. Io non so se le sue ceneri riposano nel luogo che lui stesso ha costruito prima mentalmente e poi fisicamente tra le mura domestiche di Cetona. Spero solo che siano in un punto d’osservazione privilegiato come quello che può aver rappresentato la vista dell’orizzonte dal suo giardino posto nella parte alta del paese. Dominare un certo “panorama” culturale era il suo costante impegno di artista ed intellettuale anche se le sue opere pittoriche hanno trovato motivo di successo in una terra lontana e straniera come quella del Giappone. Conservo alcuni dei suoi quadri che parlano di un malessere esistenziale ma ho avuto il piacere di conoscere da vicino quel lento tramutarsi in arte del suo pensiero nei momenti di massima espressione dove il brivido accompagnava il tocco di colore con il pennello ora in un gigantesco “trittico” montato ad arte per superare i confini del mestiere, con il quale è stato sempre in continuo rapporto, ora su di una tavola di legno, di una porta sfondata da un calcio, per rappresentare la spiritualità tutta materiale fatta di sangue e di carne di una crocefissione. Per non dimenticare gli effetti coloristici capaci di dare un fascino sensuale alle sue figure rappresentate in decine di tele o disegni a “guasch” che lo ponevano al di fuori della moda ma ben congegnati per far comprendere anche ad un occhio meno esperto, una “civiltà né antica né moderna” che mantiene inalterata la “cognizione del tempo in una unica fusione tra passato e presente”. Poi, la “presuntuosa” impresa, di successo, nel voler sfidare gli illustratori di Pinocchio, con la sua personalissima versione e interpretazione che lo portò a considerazioni significative su Collodi nella ideazione delle Storie di un burattino. Tante piccole o grandi cose sono la risultante della produzione pittorica e letteraria di Ennio senza mai scendere a compromessi con il mondo “venale” dell’arte. Il tema del nostro “confrontarci” si è sempre basato sulla “ricerca delle recondite armonie” nell’individuo, che una volta rivelate possono far fare il salto di qualità o a volte determinare la rottura di un’amicizia. Tuttavia, sebbene su strade diverse, le nostre esperienze si sono delineate in un comune denominatore rappresentato da quel disagio interiore di chi nella vita continua a ricercare la propria identità, l’inquietudine di chi scava continuamente dentro il disagio fino a raggiungere uno stato perfetto: quello della solitudine. Una solitudine che non dà sorprese. E’ in questa condizione che si possono iniziare viaggi immaginari che non riguardano un viaggio compiuto, ma una somma infinita di viaggi fatti durante la vita in solitudine. Ed Ennio, su questo, è stato davvero un “Maestro”.
4 commenti a “L’ultimo quadro di Ennio Maccari”
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Di mio padre mi rimarranno tante cose. La sua è un’eredità difficile da raccogliere ma anche ricchissima, di cui non posso che essere orgogliosa. In questa sede non entrerò nel merito della sua grandezza artistica, che lascio giudicare agli altri. Mi interessa sottolineare la sua limpidezza d’animo, che lo portò a compiere scelte spesso scomode e sicuramente non venali, nell’arte come nella vita. La solitudine serena che lo ha accompagnato soprattutto negli ultimi anni è certo frutto di una scelta esistenziale, ma non ha impedito che mio padre continuasse a coltivare un affetto profondo e sincero per la sua famiglia e per i cari amici che lo hanno aiutato moralmente e concretamente fino alla fine. Non sono molte le persone che gli sono rimaste accanto, ma sono persone che hanno amato e apprezzato tra l’altro proprio il suo modo di essere privo di ipocrisia. Non sono mancati nel tempo motivi di frizione o divergenze di opinione, dovuti anche alla sua forza di carattere e alla sua interpretazione non convenzionale della vita, ma è sempre rimasta intatta la sostanza, l’onestà con cui si confrontava con gli altri e, per prima cosa e senza sconti, con se stesso. Mi piace che sia ricordato così, da tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo offrendogli e ricevendo da lui affetto e stima. Molti altri non l’hanno capito o hanno preferito fingere di non capirlo, perché ciò avrebbe comportato conseguenze non facili da accettare per loro, e con lui era impossibile non mettersi in discussione fino in fondo nascondendosi dietro posizioni di comodo. Mio padre ha sempre rifiutato il compromesso della finzione, anche a costo di allontanare da sé molte persone, anche a costo di svantaggi materiali, anche a costo della solitudine. D’altra parte, chi lo ha conosciuto ha sperimentato quale fosse la sua sensibilità, che tante volte ha dimostrato nei fatti alle persone a cui teneva, senza aspettarsi nulla in cambio. Gli sarò sempre grata per questa eredità tanto rara e preziosa, che spero di poter recuperare e far rivivere dentro di me.
Laura Maccari
Ho avuto la fortuna di conoscere Ennio Maccari circa quarant’anni fa e mi sono sempre sentita onorata e orgogliosa della sua amicizia.
Ero spesso presente mentre ristrutturava la sua vecchia casa di Cetona.
L’ho visto progettare e poi eseguire personalmente molti lavori. L’ho visto muratore, falegname, fabbro, imbianchino, giardiniere, con una padronanza dei materiali e una abilità che mi sembravano incredibili.
Chi conosce la sua bella casa sa che tra quelle mura tutto ha un senso, una funzionalità e che ogni cosa è strettamente legata all’altra.
E così è stato con le sue opere e con la sua vita. Così ho visto Ennio e l’ho sempre considerato un punto di riferimento.
Mi ha dato tanto, spero che la mia amicizia e il mio affetto abbiano potuto ripagarlo almeno un po’.
Patrizia Baccelli
L’ultimo quadro
I felt my eyes were his, at last,
Standing at the foot of his bed.
All but grief reposed - the past,
My friend, and with him I, lay dead.
He would have seen what I saw then:
An Icarus deposed, Mantegna’s hand.
Death imitating art, with no bland
Fudging of truth in a mise en scène.
He taught me to see, but not to weep.
The artlessness of tears that brim
In waters of being far too deep
For other eyes to ever limn
Shies at a fear of sounding cheap.
What lives in my self I owe to him.
La perdita di mio zio Ennio rappresenta per me un fatto che va ben al di là del mero rapporto tra zio e nipote. La sua presenza nella mia vita di bambina prima e di adolescente e donna poi, ha rappresentato un discrimine fondamentale per tutta la mia crescita personale. Sia dal punto di vista morale che intellettuale. I miei ricordi di bambina mi parlano di lui con la sua infinita tenerezza, la sua disponibilità nel mettersi comunque al mio livello e di capire sempre, fino in fondo, il senso di quelle istanze che col maturare dell’età si fanno più prepotenti nel nostro modo di confrontarci con quei fattori dell’esistenza che la rendono un’avventura unica. Come un’avventura unica è stata la sua. Una vita vissuta all’insegna della sua insaziabile volontà di ricerca di sé, dell’espressione che nasce da una immediatezza di emozioni e sentimenti che si fa pura materia vitale. Mai materia di scambio, secondo gli stereotipi indecenti delle logiche di mercato, anche quelle dell’arte. La strada che lui ha deciso , senza tentennamenti , di percorrere è stata senza dubbio tra le più difficili sia umanamente che artisticamente, ma l’ha percorsa con coerenza traendone momenti esaltanti ed altri che senza ombra di dubbio li sono stati di meno. Senza che questo scalfisse mai il senso di quell’energia vitale profonda che era poi la sua grande risorsa e il suo perenne limite. Soprattutto quando negli ultimi tempi, la precarietà del suo stato di salute lo aveva messo nella condizione di chi si rende conto che il proprio tempo sta per scadere e l’involucro fisico non riesce più a tenere il passo con i sempre vivissimi stimoli della mente. Ma questo, nonostante tutto, lo rendeva forse per la prima volta sereno perchè in pace con sé stesso, immerso in quella ricercata solitudine che le sue infinite inquietudini gli avevano dettato. Non so dove lui sia adesso. So solo che per me , come per tutti coloro che hanno avuto l’intelligenza di comprendere e non fermarsi alla superficie, l’averlo potuto conoscere e quindi amare è stato il più grande dono che lui potesse farmi.
Nadia