L’Agape cetonese
sabato, 21 luglio 2012
Ogni volta che il treno si ferma nella stazione ferroviaria di Pozzuolo Martesana dismetto per un attimo i miei abiti di “misuratore della terra” (geometra) per assumere quelli di un abitante di questa parte di territorio lombardo di origine antica compreso nella pieve di Gorgonzola.
Sono le strane coincidenze della vita: un anonimo cetonese che per motivi di lavoro percorre una terra sconosciuta e trova il tempo, durante la fermata del treno nella stazioncina dipinta dai graffiti, di pensare al destino degli uomini in relazione al proprio essere e al proprio paese di origine.
È nato da quelle parti, nei campi di Bisentrate il 17 Luglio 1931, “tra il profumo delle margherite, delle viole, del fieno, i papaveri rossi, il sapore delle ortiche”, Angelo Gelmini meglio noto come Padre Eligio il frate francescano che ha scelto Cetona (tra i tanti luoghi presbiterio del suo operato) per festeggiare i suoi 81 anni coincidenti con l’ottocentenario della fondazione del Convento francescano cetonese.
Mi sono sempre chiesto come sia possibile percorrere con la giusta coerenza e stato d’animo “la vanità e le strade contorte di ogni umano desiderio” con il senso spirituale dell’Amore e della povertà rappresentato dal saio francescano. Quel “cammino solitario e lacerato tra ciò che è Dio e ciò che non lo è”. E me lo chiedo tutte le volte che lambisco la soglia che traccia il confine tra la “mia” terra di Cetona e quella di San Francesco che nel 1212 ebbe a fondare nel bosco dei miei ricordi uno dei suoi primi conventi. Me lo chiedo soprattutto quando in questo luogo “al riparo dai rumori del mondo” vi giungono i prelati con lussuose auto o vi atterrano i tanti fratelli e le autorità con gli elicotteri.
Non so quanto sia stato profondo il conforto dato dai “tanti fratelli operai silenziosi e testimoni dei miracoli dell’amore” per spingere Padre Eligio a sottrarre il monumento conventuale cetonese “alle ingiurie del tempo e degli uomini per ricrearvi quella casa d’amore e riconciliazione che già i frati avevano voluto e gustato”.
Tuttavia apporre un cartello di proprietà privata su un luogo da sempre aperto ai cetonesi e all’amore spirituale non è certo coerente con quella creazione di “strumenti nuovi e concreti di fraternità”.
Forse, se non ci fosse stato quel cartello a mettere soggezione ai tanti cetonesi che conoscono la loro storia non sarebbe stato necessario neanche affiggere quel manifesto invito per un Agape rituale a base di pane e vino. Gli antichi cetonesi che si sono fatti seppellire nel chiosco del convento e quelli che a distanza di secoli riconoscono quelle tracce significative di “Verità appena raggiunta” conoscono benissimo il senso e significato dell’Agape: uno stato spirituale di amore fraterno e disinteressato. Un Amore gratuito di colui che dona tutto sé stesso all’altro senza prevedere o pretendere nulla in cambio, perciò incondizionato e assoluto. Proprio come quello di San Francesco…
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